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Apparentemente, accedere al Bonus per il Credito d’Imposta per la Ricerca e lo Sviluppo potrebbe sembrare un percorso privo di insidie, ma nella realtà dei fatti non è così. Esiste infatti per le imprese, il rischio di valutare come attività di ricerca e sviluppo, operazioni che poi non verranno classificate come tali dall’Agenzia delle Entrate durante le opportune verifiche per la fruizione del relativo credito d’imposta. In effetti a tutt’oggi mancano ancora linee guida che fissino i parametri per guidare le imprese verso l’assoluta certezza nello stabilire cosa si possa realmente considerare oggetto di ricerca e sviluppo. Per certo, il credito d’imposta per la ricerca e lo sviluppo è riservato unicamente a quelle imprese che realizzino prodotti innovativi di nuova concezione  oppure  che apportino notevoli miglioramenti in termini di innovazione ad un prodotto o ad un servizio già esistente.

 

Cosa si intende per Ricerca

Stando a quanto specificato nella circolare n. 5/E, l’attività di ricerca ammissibile ai fini dell’ottenimento del credito per la ricerca e lo sviluppo si suddivide in : ricerca fondamentale, ricerca industriale e sviluppo sperimentale. Nella stragrande maggioranza dei casi, per le imprese sono da ritenersi di interesse solo la ricerca industriale e lo sviluppo sperimentale in quanto , per sua natura, la definizione di ricerca fondamentale  esclude ogni connessione con obbiettivi industriali o commerciali.
La ricerca industriale invece riguarda quelle  attività di ricerca e quelle indagini che mirano ad acquisire conoscenze nuove conoscenze da utilizzarsi poi per la messa a punto di prodotti, processi o servizi nuovi, oppure a permettere un miglioramento in prodotti, processi o servizi già esistenti. Lo sviluppo sperimentale infine, coincide con quelle attività atte ad acquisire, combinare, strutturare e utilizzare conoscenze e capacità esistenti che siano di natura scientifica, tecnologica o commerciale al fine di produrre una definizione concettuale o la progettazione di prodotti, processi o servizi che possono essere nuovi, modificati e/o migliorati. In questa categoria rientrano pertanto le attività di progettazione o di produzione di altra documentazione, purché questi non  siano destinati a uso commerciale; ad esempio : la commercializzazione di un prototipo o di una parte della documentazione per produrlo.

 

Una incongruenza

Il rischio però di cadere in fraintendimento è elevato in quanto la normativa resta un po’ lacunosa. In contraddizione con quanto sostenuto fino ad ora, la circolare n. 5/E  specifica che se le attività relative a calcoli, progettazione, lavoro di grafica ed altre attività  sono realizzate per la modifica del prototipo, oppure per la preparazione, esecuzione o mantenimento di produzioni standardizzate o per promuovere la vendita di prodotti, non sono da ritenersi congrue con la definizione di ricerca. Il perno della questione è da ricercarsi sempre nella circolare n. 5/E che specifica che la definizione di ricerca e sviluppo è volta a porre come obbiettivo primario l’innovazione, individuando lo sforzo dell’impresa verso lo sviluppo e la creazione di un prodotto nuovo o significativamente migliorato. Tutto questo potrebbe però concretizzarsi nella mancata autorizzazione di accesso al bonus per molte imprese in quanto la progettazione e la sperimentazione di un nuovo prodotto o servizio, spesso passa attraverso i primissimi clienti che fungono da beta-tester.

Si tratta pertanto di capire, ai fini dell’accesso al credito d’imposta, con quali criteri l’impresa richiedente stia svolgendo le proprie  attività di Ricerca e Sviluppo.

 

 

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